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giovedì 20 maggio 2021

Da "Il sentiero dei nidi di ragno": la vita di Pin



A volte il fare uno scherzo cattivo lascia un gusto amaro, e Pin si trova solo a girare nei vicoli, con tutti che gli gridano improperii e lo cacciano via. Si avrebbe voglia d’andare con una banda di compagni, allora, compagni cui spiegare il posto dove fanno il nido i ragni, o con cui fare battaglie con le canne, nel fossato. Ma i ragazzi non vogliono bene a Pin: è l’amico dei grandi, Pin, sa dire ai grandi cose che li fanno ridere e arrabbiare, non come loro che non capiscono nulla quando i grandi parlano. Pin alle volte vorrebbe mettersi coi ragazzi della sua età, chiedere che lo lascino giocare a testa e pila, e che gli spieghino la via per un sotterraneo che arriva fino in piazza Mercato. Ma i ragazzi lo lasciano a parte, e a un certo punto si mettono a picchiarlo; perché Pin ha due braccine smilze smilze ed è il più debole di tutti. Da Pin vanno alle volte a chiedere spiegazioni su cose che succedono tra le donne e gli uomini; ma Pin comincia a canzonarli gridando per il carrugio e le madri richiamano i ragazzi: – Costanzo! Giacomino! Quante volte te l’ho detto che non devi andare con quel ragazzo cosi maleducato! Le madri hanno ragione: Pin non sa che raccontare storie d’uomini e donne nei letti e di uomini ammazzati o messi in prigione, storie insegnategli dai grandi, specie di fiabe che i grandi si raccontano tra loro e che pure sarebbe bello stare a sentire se Pin non le intercalasse di canzonature e di cose che non si capiscono da indovinare. E a Pin non resta che rifugiarsi nel mondo dei grandi, dei grandi che pure gli voltano la schiena, dei grandi che pure sono incomprensibili e distanti per lui come per gli altri ragazzi, ma che sono più facili da prendere in giro, con quella voglia delle donne e quella paura dei carabinieri, finché non si stancano e cominciano a scapaccionarlo. Ora Pin entrerà nell’osteria fumosa e viola, e dirà cose oscene, improperi mai uditi a quegli uomini fino a farli imbestialire e a farsi battere, e canterà canzoni commoventi, struggendosi fino a piangere e a farli piangere, e inventerà scherzi e smorfie cosi nuove da ubriacarsi di risate, tutto per smaltire la nebbia di solitudine che gli si condensa nel petto le sere come quella.

giovedì 22 aprile 2021

Il finale apocalittico della Coscienza di Zeno



La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà della mancanza di aria e di spazio? Solamente a pensarci soffoco!

Ma non è questo, non è questo soltanto.

Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la sua salute.

Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l'ordigno non ha più alcuna relazione con l'arto. Ed è l'ordigno che crea la malattia con l'abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quasi innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.


martedì 28 maggio 2019

Il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki




L’attacco atomico alla città giapponese di Hiroshima, insieme a quello su Nagasaki, avvenuto qualche giorno dopo, è un episodio che ha segnato profondamente la storia. L’ordigno, lanciato dall’Aeronautica militare americana alle 8.16 del 6 agosto 1945, durante la Seconda Guerra Mondiale, ha causato la morte di circa duecentomila persone, per lo più civili. Le implicazioni etiche di tale grave episodio sono state tante, perché per la prima volta, durante un conflitto bellico, si è utilizzata un’arma di distruzione di massa come la bomba atomica.


Hiroshima: lo scoppio della bomba atomica

Secondo il punto di vista degli Americani i bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki erano stati previsti per accorciare i tempi della Seconda Guerra mondiale, risparmiare parecchie vite tra i militari e i civili ed evitare l’invasione da parte del Giappone. L’opinione pubblica giapponese, invece, è di un altro avviso: si tratta di un vergognoso crimine di guerra messo in atto per portare alla resa il Giappone. Resta il fatto che un simile episodio non si è mai più replicato durante i conflitti bellici.

Gli Stati Uniti avevano testato la bomba atomica nel corso di un progetto scientifico-militare denominato “Manhattan”: una bomba di prova fu esplosa nel Nuovo Messico il 16 luglio 1945. Gli episodi di Hiroshima e Nagasaki si ricordano per le modalità e l’arma utilizzate, ma gli Alleati erano soliti colpire gli avversari con bombardamenti che causavano tantissime perdite umane (è noto in Germania il bombardamento di Dresda, mentre in Italia furono pesantemente colpite città come Catania, Napoli, Bari, Messina e Foggia).

Nell’estate del 1945 ad essere distrutte furono le due città di Tokyo e Kobe. Gli Stati Uniti decisero di non “sprecare” la bomba atomica contro un arsenale militare, ma di puntare ai centri abitati per sfruttare gli effetti psicologici che l’episodio avrebbe avuto sulla popolazione ed il governo giapponese.

Per questo fu scelta Hiroshima, che a quell’epoca era un centro strategico dal punto di vista militare, ma anche un polo industriale molto produttivo. Gli Alleati scelsero questa città come obiettivo perché nei dintorni non vi erano campi di prigionieri di guerra. Al momento dello scoppio della bomba atomica, avvenuta il 6 agosto, pare che ad Hiroshima ci fossero circa 255 mila abitanti, anche se questa stima risulta alquanto approssimativa.

Il dopo-bombardamento

L’avvicinamento dei velivoli americani nello spazio aereo giapponese fu subito rilevato dai radar, ma poco prima del lancio della bomba l’allarme fu ridimensionato perché gli aerei non erano bombardieri, quindi potevano essere facilmente tenuti sotto controllo. L’esplosione della bomba atomica avvenne a 580 metri dal suolo, e lo scoppio violentissimo provocò la morte di circa ottantamila persone. Il 90% della città fu rasa al suolo, e le fiamme divorarono in pochissimo tempo la maggior parte degli edifici presenti.


Una foto di Hiroshima rasa al suolo dalla bomba atomica

Dal quartiere generale di Tokyo non si resero subito conto dell’accaduto: la linea telegrafica centrale era saltata e non vi era possibilità di raggiungere Hiroshima in alcun modo. Un ufficiale di volo fu mandato ad effettuare un sopralluogo e riferire cosa fosse successo. A circa 160 km dalla città l’ufficiale ed il suo copilota notarono con stupore i resti che la bomba atomica aveva lasciato.

Dopo aver informato Tokyo, furono organizzati subito i soccorsi. Le persone sopravvissute (circa il 20% della popolazione) morirono successivamente per avvelenamento a causa delle radiazioni e per le necrosi sopraggiunte. Il presidente americano Harry Truman si aspettava che il Giappone si arrendesse alle loro condizioni, e per fare piegare i giapponesi organizzò una campagna di avvertimento in tutta la nazione tramite volantini ed appelli radio.



Nagasaki, 9 agosto 1945: il fungo atomico

Dopo che l’Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone, l’America pianificò il secondo attacco, che venne attuato il 9 agosto 1945 contro la città di Nagasaki. I due gravissimi episodi, verificatisi a breve distanza l’uno dall’altro, piegarono il Giappone alla resa, che avvenne il 15 agosto 1945: la Seconda Guerra Mondiale era ormai terminata.

Perché la bomba atomica?

Il dibattito sull’utilizzo della bomba atomica durante il conflitto bellico vide schierati da una parte i sostenitori, dall’altra gli oppositori. Secondo il punto di vista di alcuni studiosi, se la bomba atomica doveva essere un “avvertimento” le stragi di Hiroshima e Nagasaki potevano essere evitate scegliendo di lanciarla in una zona non abitata. Alcuni storici considerano gli episodi di Hiroshima e Nagasaki come veri e propri atti di terrorismo di stato.


 La città di Nagasaki prima e dopo la bomba atomica

Alcuni invece ritengono che l’uso della bomba atomica sia stato inutile, visto che i Giapponesi nella realtà erano già stati sconfitti. Per altri commentatori la bomba atomica che ha colpito le due città giapponesi era un chiaro monito anche per l’Unione Sovietica. Insomma, a quanto pare ci sono anche elementi di strategia militare che hanno determinato la scelta di un'arma di distruzione di massa, ma comunque la si guardi la storia la ricorderà come una scelta deprecabile.

Sopra il cielo di Hiroshima

Sopra il cielo di Hiroshima volano migliaia di piccole gru di carta. Si danno appuntamento ogni 6 agosto: compiono alcuni cerchi nel cielo e planano sulla città, posandosi su un monumento dedicato a una bambina. Ricordano il 6 di agosto di 65 anni fa, il momento in cui Hiroshima fu illuminata da un gran sole. Un sole che portò la notte per 100mila persone. Sadako Sasaki aveva due anni quando fu proiettata fuori dalla sua stanza, a 1,7 chilometri esatti dal punto in cui 'Little Boy', il ragazzino, lasciò intorno a sé l'inferno. Apparentemente, la figlia del barbiere di Kusunoki-cho, il quartiere dove i Sasaki vivevano, non riportò nemmeno un graffio. La madre, accecata dallo scoppio, l'aveva raccolta, stretta tra le braccia, attraversato il parco di Oshiba con il cuore in gola, corso accanto alla fabbrica di legno, accanto a dove pensava ci fosse ancora la fabbrica di legno, e indugiato stupefatta sul ponte Misasa, dove l'aveva colta la 'pioggia nera', l'anima di cenere della bomba che ricadeva a terra, ammantando quanto le fiamme dell'atomo avevano risparmiato. Finalmente in salvo.

La guerra finì. La resa incondizionata che l'imperatore Hirohito firmò il 2 settembre 1946 costò al Giappone centinaia di migliaia di vite: il pedaggio estorto dagli Usa in rappresaglia per Pearl Harbor e per la scellerata alleanza con Germania e Italia. Il padre di Sadako ricostruì il negozio nel 1947 e a
poco a poco la vita tornò alla normalità. La vita tornò, a Hiroshima, e Sadako crebbe, esile ma vigorosa, centotrentacinque centimetri per 27 chili, una tre le più agili del suo corso, alle elementari di Nabori-cho. A 11 anni era la più veloce di tutte, sulla pista d'erba della scuola: 50 metri in 7,5 secondi. Non perdeva mai una gara. Neanche quando, nell'autunno del '54, arrivò stranamente sfinita e pallida al termine della corsa. Esausta come mai si era sentita prima. Era 'Little Boy', il ragazzino cattivo che 9 anni prima l'aveva scagliata fuori dalla finestra. Era tornato. Furtivo e subdolo, aveva atteso che Sadako crescesse, che cominciasse a vincere le corse sulla pista d'erba, a giocare con le compagne, a sognare sussurrando all'orecchio di Chizuko, la sua migliore amica, il nome del bambino in fondo alla classe, quello che le piaceva. Ma 'Little Boy' la voleva per sé.

Nel novembre del 1954, un fastidioso gonfiore sul collo costrinse Sadako a letto per alcuni giorni. A Capodanno il gonfiore si era esteso alla faccia, e piccole macchie color porpora erano comparse sulla gamba sinistra della bambina. Il 18 febbraio del '55 la diagnosi: leucemia. Il 21 il ricovero all'ospedale della Croce Rossa, con appena un anno di vita da vivere, prima che i globuli bianchi proliferassero impazziti nel suo sangue, portandole via l'ossigeno.
Fu Chizuko a regalarle l'origami: una piccola gru di carta nella quale erano racchiuse una leggenda e una speranza. La leggenda era che chiunque avesse costruito mille gru di carta, avrebbe compiaciuto a tal punto gli dei da poter esprimere qualsiasi desiderio. La speranza era di arrivare a costruirli, tutti quegli origami.

La storia di Sadako termina la mattina del 25 ottobre 1955. C'è chi dice che le sue mani si fermarono dopo 644 origami. Per altri, il numero di mille fu abbondantemente superato.
Oggi, Sadako è su un piedistallo di granito nel Parco della pace di Hiroshima, con le mani tese a sorreggere una gru di carta. La statua fu costruita nel 1958. Nacque da un'idea dei compagni di classe di Sadako e fu eretta anche grazie alle donazioni degli studenti di tutto il Giappone.

Alla sua base, un'iscrizione recita: "Questo è il nostro grido. Questa è la nostra preghiera. Pace nel mondo". Ogni anno, i bambini di tutto il mondo costruiscono origami per Sadako, divenuta un simbolo universale di pace e speranza. Ogni anno, sopra il cielo di Hiroshima, volano migliaia e migliaia di piccole gru di carta.



sabato 9 febbraio 2019

Il Giorno del Ricordo (10 febbraio): le vittime delle foibe

Che cos'è una foiba
“Foiba” è una parola dialettale della Venezia Giulia che viene dal latino “fovea” (cioè fossa): indica una cavità nella roccia, a forma di imbuto capovolto, profonda fino a 200 metri. Le foibe sono create dall’erosione dell’acqua nelle rocce calcaree della regione del Carso: nella penisola istriana ne sono state contate quasi duemila.     

A che cosa servirono le foibe
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale le foibe furono usate dai soldati di Josip Brosz, detto “Maresciallo Tito”, che guidava la Jugoslavia, per “infoibare” (cioè gettare nella foiba) migliaia di italiani.
Non sappiamo esattamente quanti italiani furono eliminati in quel periodo, ma probabilmente furono 10.000 o 15.000.

Le origini della tragedia
Per molto tempo italiani e slavi avevano vissuto insieme in pace in Istria. Ma dopo la prima guerra mondiale l’Italia ottenne, con Trento e Trieste, tutta la penisola istriana. 500.000 slavi diventarono di colpo italiani senza averlo mai chiesto.  Per di più il governo italiano amministrò male l’Istria e non rispettò le tradizioni locali. Durante la seconda guerra mondiale questa situazione peggiorò perché gli slavi presero le armi contro i tedeschi e gli italiani (all’epoca alleati).



Le due fasi degli infoibamenti
Gli infoibamenti avvennero in due fasi: la prima nel 1943 e la seconda nel 1945. Nel 1943 l’Italia aveva chiesto l’armistizio agli americani ed aveva smesso di combattere insieme alla Germania: perciò i soldati italiani dovettero lasciare l’Istria. Così i soldati e i contadini slavi massacrarono mille italiani, visti come “nemici del popolo”.
La seconda fase, molto più drammatica, avvenne alla fine della guerra, quando i soldati jugoslavi di Tito riuscirono ad arrivare a Trieste prima dei soldati americani (1° maggio 1945). Gli ordini di Tito erano chiari: bisognava togliere di mezzo gli italiani, anche con la violenza se necessario. Se infatti nelle terre di Trieste e Gorizia fossero rimasti pochi italiani, Tito avrebbe potuto chiedere durante le trattative di pace che venissero date alla Jugoslavia. Cominciò così una vera e propria caccia all’italiano che coinvolse tutti: non solo i capi fascisti, ma anche i soldati, gli industriali, gli impiegati, la gente comune.
Così, per alcuni mesi, a Trieste e nei dintorni regnò il terrore. Per esempio, nella sola Trieste, i soldati di Tito presero 8000 persone: solo una parte riuscì a tornare a casa.



Come avvenivano gli infoibamenti
Gli italiani venivano arrestati, spesso di notte. Alcuni venivano deportati nei terribili campi di concentramento jugoslavi, dove spesso morivano di fame; gli altri venivano giudicati in finti processi, dove venivano sempre condannati a morte. Quindi, dopo essere stati torturati, venivano portati nei pressi di una foiba; i loro torturatori, col filo di ferro, stringevano i loro polsi e i loro piedi e spesso li legavano fra loro.
A quel punto sparavano al primo del gruppo, che cadendo nella foiba trascinava con sé gli altri, ancora vivi. A volte, per finire i sopravvissuti e per chiudere la foiba per sempre, vi venivano lanciate dentro delle bombe.
Ma non tutti morirono nelle foibe: a parte i deportati nei campi di concentramento, altri vennero buttati in mare, con una pietra al collo.



La fine dell'incubo
Finalmente il 9 giugno fu creata la linea Morgan, che creava due zone di occupazione: la Zona A (praticamente quella che poi diventò la provincia di Trieste), controllata dai soldati inglesi e americani, e la Zona B, controllata dalla Jugoslavia.
Tuttavia gli arresti e le sparizioni non finirono del tutto. Questo creò il terrore fra gli italiani rimasti, che abbandonarono l’Istria. Si creò così un ulteriore dramma: quello dei 250.000 (o più) profughi istriani, accolti spesso con fastidio e disprezzo dai loro stessi connazionali in Italia.
Il 10 febbraio 1947, con il trattato di Parigi, veniva stabilito ufficialmente il confine tra la Jugoslavia di Tito e la Zona A (il Territorio Libero di Trieste, controllato da forze militari alleate e passato definitivamente all’Italia solo nel 1954).
Per tale motivo ogni 10 febbraio viene celebrato il Giorno del ricordo, solennità civile italiana, istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92.


lunedì 10 giugno 2013

La prima guerra mondiale (seconda parte)


Neutralisti ed interventisti. Allo scoppio della guerra l’Italia si dichiara neutrale; ciò è possibile in quanto la Triplice Alleanza aveva solo carattere difensivo. In seguito, tuttavia, l’opinione pubblica si divide tra chi non vuole la guerra (neutralisti) e chi vuole invece parteciparvi (interventisti).
Gli interventisti sono la minoranza, ma sono molto attivi. Mossi da ideologie diverse, sono sostenute dal re, che desidera affermare il proprio prestigio, e dagli industriali, che vedono nel conflitto un’ottima possibilità di affari. Fra essi vi sono:
  • gli irredentisti e i radicali, che concepiscono il conflitto come l’ultima guerra risorgimentale contro l’Austria per la liberazione di Trento e Trieste;
  • i nazionalisti, che ritengono che la guerra sia un valore e possa conferire importanza alla nazione;
  • Benito Mussolini, che dopo essere stato espulso dal PSI fonda un nuovo quotidiano, «Il Popolo d’Italia», attraverso cui predica la forza rivoluzionaria della guerra.

I neutralisti sono la maggioranza del paese. Sono formati soprattutto da contadini e operai, che non intendono rimanere vittime del terribile conflitto.
Sono neutralisti:
  • i socialisti, fedeli alla tradizione pacifista del partito, e convinti che la guerra sia un affare dei borghesi capitalisti;
  • i cattolici, che rifiutano la guerra per motivi religiosi (il papa Benedetto XV la definì “inutile strage”);
  • Giolitti, che teme che la guerra possa avere nuocere alla vita politica.


Il movimento neutralista non riesce tuttavia ad imporsi. Due eventi determinano l’entrata in guerra dell’Italia: le manifestazioni di piazza del maggio 1915 (le «radiose giornate») e la volontà del re e del capo del Governo, che già da tempo hanno preso contatti con i paesi dell’Intesa. Salandra e il ministro degli esteri Sonnino sottoscrivono, insieme con Francia, Inghilterra e Russia, il Patto di Londra, nel quale si prevede che, in caso di vittoria, l’Italia ottenga il Trentino, il Sud Tirolo, la Venezia-Giulia, la penisola istriana (esclusa la città di Fiume), parte della Dalmazia e le isole adriatiche. Il Parlamento, a maggioranza neutralista, si oppone, costringendo Salandra alle dimissioni, ma il re le respinge, obbligandolo a concedere pieni poteri al governo.


Il fronte italiano. Il 23 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria. Il comando dell’esercito viene affidato al generale Luigi Cadorna. Cadorna sferra quattro attacchi — le prime quattro battaglie dell’Isonzo — senza alcun successo e con un numero elevatissimo di morti.
Nel giugno 1916 l’esercito austriaco passa al contrattacco («spedizione punitiva»), cogliendo in un primo tempo gli italiani di sorpresa. Nel 1916 vengono poi combattute altre cinque battaglie dell’Isonzo, tutte sanguinose ma senza risultati.
Il 1917 è l’anno più difficile della guerra; i soldati e la popolazione sono stanchi. Il comando tedesco decide di rafforzare l’esercito e attacca le truppe italiane nei pressi di Caporetto. I soldati italiani sono costretti alla ritirata, lasciando in mano al nemico un’enorme porzione di territorio (fino al Piave). Cadorna addossa le colpe ai suoi uomini, ma l’errore è stato del comando, sicché è sostituito da Armando Diaz.

Nel 1918, proprio con le battaglie del Piave e dell’altopiano di Asiago, iniziò la rimonta italiana, che si concluse con il successo definitivo di Vittorio Veneto. Il 3 novembre, mentre i soldati italiani entravano a Trento e Trieste, venne firmato l’armistizio con l’Austria. Dopo 41 mesi la guerra era finita; essa era costata all’Italia 600.000 morti e un milione tra mutilati e feriti.

giovedì 6 giugno 2013

La prima guerra mondiale (prima parte)


Le cause 
L’evento che determina lo scoppio della prima guerra mondiale è l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, il 28 giugno 1914 a Sarajevo per mano di uno studente serbo.
Tuttavia, allo scoppio del conflitto e alla sua successiva estensione su scala mondiale concorre una serie di tensioni preesistenti:
  1. Il giovane impero tedesco ha imboccato la strada di una rapida industrializzazione, cosa che preoccupa molto l’Inghilterra, la quale teme una rottura degli equilibri esistenti tra i paesi europei e la perdita della sua supremazia navale.
  2. I francesi non hanno ancora accettato la sconfitta inflitta loro dalla Germania nel 1870 (guerra franco-prussiana) e sono molti coloro che chiedono la restituzione alla Francia dell’Alsazia e della Lorena.
  3.  I rapporti tra impero austro-ungarico e Russia sono molto tesi per i continui scontri dei rispettivi interessi nei Balcani. 
  4. In molti paesi europei la popolazione è animata da sentimenti nazionalisti o dall’aspirazione all’indipendenza.


Lo scoppio della guerra
Dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando, l’Austria reagisce inviando un duro ultimatum che la Serbia, forte del sostegno della Russia, accetta solo in parte; come conseguenza, il 28 luglio 1914 l’Austria dichiara guerra alla Serbia e immediatamente il governo russo decide di intervenire.
La Germania interpreta l’intervento russo come una minaccia e, in nome della Triplice Alleanza stipulata nel 1882 con Austria e Italia, invia alla Russia un ultimatum, seguito dalla dichiarazione di guerra.
La Francia, legata alla Russia e all’Inghilterra nella Triplice Intesa, mobilita le sue forze armate; subito dopo la Germania invia l’ultimatum e poi la dichiarazione di guerra alla Francia.
La tattica tedesca prevede di invadere la Francia passando attraverso il Belgio, nonostante la sua neutralità, per poi dirigere il grosso delle truppe contro la Russia. Dopo che la Germania ha invaso il Belgio, la Gran Bretagna scende in campo contro gli imperi centrali.

La guerra di trincea
Gli eserciti scesi in campo nella «grande guerra» non hanno precedenti per dimensioni, ma all’inizio le strategie sono ancora legate al secolo passato e puntano sulla guerra di movimento (che prevede uno spostamento rapido di un gran numero di uomini in preparazione a pochi scontri risolutivi).
Agli inizi dello scontro bellico, i tedeschi pensano di poter conquistare facilmente il territorio francese, ma, lungo il corso della Marna, vengono bloccati dalle truppe francesi; non si tratta di una guerra breve, bensì di una guerra di logoramento. Comincia la cosiddetta guerra di posizione (che vede due schieramenti nemici fissi sulle loro posizioni). A quel punto, la vera protagonista del conflitto diviene la trincea (un fossato scavato nel terreno): la vita monotona ma dura che vi si svolge è interrotta solo saltuariamente da grandi e sanguinose offensive, prive di reali risultati. La guerra di trincea stanca i soldati, il cui stato d’animo di apatia e rassegnazione sfocia spesso in forme di insubordinazione e autolesionismo. Ad esempio, molti giovani si procurano volontariamente ferite e mutilazioni per essere dispensati dal servizio al fronte.
In soli quattro mesi di combattimenti, la guerra di logoramento provoca ben 4.000 morti. Infatti, il primo conflitto mondiale si caratterizza pure per l’uso sistematico di nuovi ritrovati tecnologici: artiglieria pesante, fucili a ripetizione, mitragliatrici. Vengono utilizzate anche armi chimiche (gas) lanciate nelle trincee, dove provocano orribili stragi. Inoltre, si sviluppano settori innovativi come l’industria automobilistica, la radiofonia e l’aeronautica; quest’ultima, però, dà un minimo apporto ai combattimenti. Poco rilevante è anche il ricorso al carro armato, che, privo di cingoli, costituisce ancora un mezzo rudimentale; al contrario, si rivela importantissimo il sottomarino, impiegato soprattutto dai tedeschi.


Le fasi del conflitto
Fronte orientale. Nel corso del primo anno di guerra, le truppe tedesche attaccano i russi sconfiggendoli nelle battaglie di Tannenberg e dei laghi Masuri. Nonostante l’offensiva russa, sono i tedeschi che continuano ad ottenere qualche successo: prima contro i russi, che devono abbandonare la Polonia, poi contro la Serbia, che viene attaccata, invasa e conquistata.
Nel corso del 1916 i russi recuperano parte dei territori persi l’anno precedente, il che induce i rumeni a intervenire a fianco dell’Intesa, ma la Romania viene a sua volta conquistata dai Tedeschi.
Nel 1917 la situazione cambia. La rivoluzione bolscevica in Russia porta alla disgregazione dell’esercito e spinge il governo di Lenin a chiedere una pace «senza annessioni e senza indennità». La Pace di Brest-Litovsk, comporta per la Russia gravi perdite territoriali tra la Finlandia e l’Ucraina, ma Lenin riesce a salvare il nuovo Stato socialista.

Fronte occidentale. Nell’estate del 1914 i tedeschi invadono la Francia passando attraverso il Belgio e si attestano lungo il corso della Marna, a pochi chilometri da Parigi. Le truppe francesi riescono però a respingerli e a farli arretrare. Gli eserciti contrapposti restano pressoché immobili per tutto il corso del 1915. All’inizio del 1916 i tedeschi cercano di attaccare la piazzaforte di Verdun; l’attacco dura quattro mesi e si risolve in una carneficina che non giova a nessuno dei due schieramenti, i quali, nei primi mesi del 1918, sono ancora in una situazione di equilibrio. In primavera però i tedeschi avanzano e nel mese di giugno sono nuovamente sulla Marna. L’Inghilterra invia truppe in aiuto degli alleati francesi, che in agosto, ad Amiens, infliggono ai tedeschi l’unica vera sconfitta da essi subìta sul fronte occidentale. È allora che l’alto comando germanico capisce di aver perso la guerra.

L’intervento americano. Nel maggio del 1915 un sottomarino tedesco affonda il transatlantico inglese Lusitania con a bordo 1.000 passeggeri, tra cui 140 americani, inducendo gli USA a protestare tanto energicamente da convincere la Germania a sospendere la guerra sottomarina indiscriminata. Nel 1917, però, quando i sommergibili tedeschi riprendono i loro attacchi, gli USA decidono di entrare in guerra e, pur non disponendo di un esercito pari a quello degli alleati, il loro apporto si rivela comunque decisivo per le sorti del conflitto in virtù del grosso aiuto economico che sono in grado di offrire.

Dopo la «rivoluzione di ottobre» in Russia, gli Stati dell’Intesa acuiscono il carattere ideologico della guerra, la quale assume i toni di una difesa della libertà dei popoli contro i disegni egemonici degli imperi centrali. Fautore di tale interpretazione è il presidente statunitense Wilson che precisa la sua politica in un programma di pace redatto in 14 punti, in cui propone l’istituzione di un organismo internazionale, con lo scopo di assicurare il nuovo assetto che auspica per l’Europa: la Società delle Nazioni.

mercoledì 22 maggio 2013

La seconda guerra mondiale: una sintesi




Verso il conflitto


La politica di espansione della Germania nazista portò in pochi anni allo scoppio di un secondo conflitto mondiale. Il Terzo Reich si legò all’Italia fascista e al Giappone, mentre Gran Bretagna e Francia si coalizzarono per fronteggiare la nuova minaccia.
Nel 1938 Hitler aveva ormai avviato il riarmo tedesco e si era assicurato l’appoggio di Mussolini. Il primo obbiettivo dell’espansionismo nazista fu l’Austria. Gli austriaci accolsero l’ingresso dei tedeschi nei loro confini con entusiasmo e grandi festeggiamenti.
Nel settembre 1938 Hitler minacciò l’invasione dei Sudeti, regione della Cecoslovacchia a maggioranza tedesca. I rappresentanti di Francia, Gran Bretagna e Italia si riunirono a Monaco per risolvere pacificamente la questione. I Sudeti vennero ceduti alla Germania, che si impegnava a rinunciare a ulteriori annessioni.
Il 15 marzo 1939 le truppe naziste, violando gli accordi di Monaco, entrarono in Cecoslovacchia. Contemporaneamente aumentavano le pressioni sulla Polonia per la cessione del “corridoio di Danzica”. Il governo polacco inviò una risposta categoricamente negativa alle richieste tedesche.
Di fronte a ciò, il governo inglese si decise a un eventuale sostegno militare nei confronti della Polonia minacciata. In aprile Francia e Inghilterra iniziarono le trattative con l’URSS per dare vita ad un’alleanza antigermanica.
Mussolini, intanto, invadeva l’Albania. La politica estera del Duce dipendeva sempre di più dall’alleanza con i tedeschi. L’Italia, infatti, legava definitivamente i propri destini con la Germania con la firma del patto d’Acciaio. Con esso, l’Italia si impegnava ad entrare in guerra a fianco della Germania in azioni sia difensive sia offensive. Mussolini, tuttavia, era consapevole della debolezza militare italiana.
Un evento imprevedibile sconvolse la situazione politica europea: nell’agosto 1939 Molotov e von Ribbentrop, ministri degli esteri sovietico e tedesco, firmarono un patto di non aggressione della durata di dieci anni. Stalin riteneva in questo modo di essersi messo al sicuro da eventuali rischi bellici.
Tale patto comprendeva un protocollo segreto con il quale l’URSS e la Germania si accordarono per la spartizione della Polonia. Hitler era pronto all’offensiva. L’attacco alla Polonia venne fissato per il 26 agosto 1939. Tuttavia il 25 agosto l’Inghilterra aveva formalizzato la propria alleanza militare con la Polonia.


Lo scoppio del conflitto e le prime operazioni. La “guerra lampo” (1939-1940)

Il 1° settembre 1939 i carri armati tedeschi invasero la Polonia da occidente, men­tre l'Armata rossa avanzava da oriente. I polacchi opposero resistenza, ma nel giro di un mese il Paese venne occupato. L'invasione della Polonia scatenò la reazione di Francia e Gran Bretagna, che il 3 settembre dichiararono guerra alla Germania.
Mussolini, con il consenso di Hitler, per il momento decise di restare neutrale. Secondo gli accordi segreti del patto Molotov-Ribbentrop, l’URSS occupò alcune aree della Polonia orientale e lanciò l'attacco contro la Finlandia.
La disperata resistenza finnica si prolungò fino al marzo del 1940, quando venne firmata la pace a Mosca. La Finlandia ce­deva l’istmo di Carelia e la base navale di Hango.
Sul fronte francese, si attendeva l'attacco tedesco dietro la linea fortificata Maginot. Ma le cose non andarono come previsto.
Nella primavera del 1940 Hitler rivolse le sue forze a settentrione: nell'aprile occupò Danimarca e Norvegia. A questo punto, i tedeschi attaccarono direttamente gli anglo-francesi. All'inizio l'offensiva occidentale della Germania si svolse secondo una strategia simile a quella della Grande Guerra: nel maggio del 1940 le truppe naziste invasero paesi neutrali, quali Belgio, Lussemburgo e Olanda, quindi aggirarono la linea Maginot attaccando la Francia da nord.
Il 14 giugno i tedeschi entrarono da vincitori a Parigi. La guerra in Europa poteva pressoché dirsi conclusa. Mussolini, abbagliato dal successo senza precedenti dell'offensiva nazista, abban­donò precipitosamente la posizione di neutralità e attaccò la Francia sulle Alpi poco prima della caduta di Parigi (10 giugno). Tuttavia le truppe italiane non riuscirono ad avanzare di molto in Francia.
Il governo francese, con sede a Vichy, divenne un satel­lite nell'orbita nazista. Intanto, postosi a capo dei francesi fuggiti, il generale Charles De Gaulle lanciava ai francesi, da Londra, disperati appelli alla resistenza.
Hitler decise di effettuare una massiccia offensiva aerea contro la Gran Bretagna, per fiaccare la resistenza inglese e preparare l’invasione dell’isola. Fra l'agosto e il settembre del 1940 si svolse la violentissima "battaglia d'Inghilterra". L'aviazione tedesca causò ingenti danni con i suoi bombardamenti, ma non raggiun­se la scopo, anche perché i piloti della RAF (Royal Air Force) le inflissero gravissime perdite. Hitler dovette accantonare l'illusione di una ra­pida vittoria.
Nei settembre 1940 il Führer rafforzò ulteriormente le sue posizioni attraverso iniziative diplomatiche di allargamento del suo sistema di alleanze. Il 27 settembre Germa­nia, Italia e Giappone firmavano a Berlino il patto tripartito, stringendo un'allean­za inedita allo scopo di creare un "nuovo ordine" in Europa e in Asia. In seguito, aderirono al patto anche Ungheria, Romania e Jugo­slavia. Mussolini diede inizio alla "guerra parallela". Fra il luglio e il settembre 1940, truppe italiane attaccarono i domini inglesi in Africa settentrionale. In ottobre partì un'offensiva contro la Grecia che si rivelò subito un colossale insuccesso, in cui le truppe tedesche dovettero intervenire a sostegno degli italiani per evitare l’occupazione dell'Albania da parte dell'esercito greco. Erano, così, risultate evidenti l’inaffidabilità e l'impreparazione dell'esercito italiano. In Africa, l'offensiva italiana dalla Libia verso l’E­gitto causò una violenta controffensiva inglese. Nel dicembre del 1940 gli inglesi entra­vano in Cirenaica e solo l'intervento dell'Afrikakorps riuscì a farli ripiegare. Anche sul mare l'Italia non ottenne i successi spe­rati. Infatti, la flotta inglese si scontrò con quella italiana in mare aperto e le inflisse pesanti sconfitte. L’11 novembre del 1940 la flotta italiana veniva attaccata nel porto di Taranto subendo ingenti perdite.

L’attacco nazista all’URSS 

L'intervento nazista nei Balcani aveva definitivamente incrinato le relazioni diplomatiche fra l’URSS e Germania. L’invasio­ne rispondeva a varie esigenze strategiche e ideologiche.

Le cause dell’attacco tedesco all’URSS
Cause militari
Hitler riteneva di importanza vitale piegare in tempi brevi l’esercito sovietico.
Cause economiche
Il territorio russo avrebbe rappresentato una riserva inesauribile di materie prime.
Cause ideologiche
Hitler concepiva la guerra all'URSS come la lotta contra il giudaismo marxista.
Conquista dello “spazio vitale”
Nel Mein Kampf Hitler sosteneva la necessità dell'espansione a oriente.
Cause razziali
L’idea razziale dei popoli slavi implicava la loro sottomissione alla razza ariana.

L'offensiva contro l’Unione Sovietica iniziò il 22 giugno 1941, senza dichiarazione di guerra. Le forze armate tedesche tentarono di porre in atto una strategia ambiziosa. Le truppe avanzarono lungo un fronte di 1600 chilometri, seguendo tre prin­cipali direzioni: Leningrado, Mosca e il Mar Nero. L’esercito nazista aveva inflitto ai russi perdite terribili.
In questo terribile frangente Stalin chiamò a raccolta il suo popolo in difesa del suolo nazionale. Progressivamente le forze militari sovietiche si riorganizzarono. Hitler era convinto di portare a termine le operazioni prima dell'inverno russo, perciò le sue armate non partirono equipaggiate per affrontare i rigori del gelo.
Il piano tedesco non raggiunse gli obiettivi previsti: l'avanzata fu rallentata da fattori ambientali. Leningrado venne assediata per ventotto mesi; presso Mosca una battaglia furibonda determinò l'arresto dell'offensiva nazista. Il piano di "guerra lampo" era fallito.



L’intervento americano

Nel marzo del 1941 gli USA concede­vano aiuti economici agevolati alla Gran Bretagna. Fin dall'inizio della guer­ra, gli Stati Uniti avevano guardato con favore alla resistenza anglo-francese.
Il 14 agosto 1941 Churchill e Roosevelt firmarono la Carta atlantica, in cui venivano determinati i principi per la ricostru­zione di un mondo liberato dalla minaccia nazista. Anche l’URSS aderì al documento.
Nell'area del Pacifico il Giappone occupò l'Indocina francese. USA e Gran Bretagna, preoccupate per la minaccia giappo­nese dalle loro colonie intimarono il ritiro delle truppe di occupazione. Era evidente che gli interessi nipponici erano rivolti verso sud. Il 7 dicembre 1941, senza una dichiarazione di guerra ufficiale l'aviazione giapponese distrusse più della meta della flotta americana ormeggiata nel porto di Pearl Harbor.
L'8 dicembre USA e Gran Bretagna dichiararono guerra al Giappone. L'11 Germania e Italia dichiararono guerra agli USA. Il conflitto assunse dimensioni mondiali.
La guerra in Estremo Oriente e nel Pacifico fu domina­ta dalle forze giapponesi. Nel Sud del Pacifico il Giappone attaccava direttamente l'Australia. Le forze in­glesi furono praticamente annientate e gli Stati Uniti si trovarono in grave difficoltà.
Nei territori occupati, i giapponesi, pur sostenendo la superiorità della razza nipponica, non compirono eccessi come quelli nazisti. Mancava infatti un piano organizzato per lo sterminio raz­ziale come quello tedesco. Soprattutto quando, dopo il 1942, l'andamento della guerra volse a svantaggio del Giappone, si cercò di far partecipare i Paesi soggetti a un comune progetto anticolonialista e antiocci­dentale.



Il "nuovo ordine"

L’alleanza sancita dalla Carta atlantica venne consolidata dalla Conferenza di Washington. Il documento conclusivo della Conferenza fu il patto delle Nazioni Unite, firmato da 26 Paesi, fra cui USA, Gran Bretagna, URSS, tutti impegnati a lottare contro il nazifascismo fino alla sua completa sconfitta.
Nell'Europa occupata il regime nazista stava imponendo il "nuovo ordine”. Esso si ba­sava sui principi della superiorità della razza "ariana", sulla totale sotto­missione dei popoli slavi e sulla volontà di realizzare la cosid­detta soluzione finale della "questione ebrai­ca”.
Gli ebrei furono rinchiusi nei ghetti. Vennero infine deportati in campi di concentramento e di sterminio (lager), nei quali erano annullati come esseri umani. Essi erano immediatamente sottoposti a una selezione che eliminava tutti coloro che non erano in grado di lavorare. Quelli che superavano la selezione venivano sfruttati nei lavori forzati, finché morivano di stenti o venivano uccisi nelle camere a gas. Nel gennaio del 1942 si tenne a Wannsee una riunione delle ge­rarchie naziste. Fu in questa riunione che venne redatto un protocollo in cui si indi­cava come unica via possibile per la soluzione finale lo sterminio indiscriminato e sistematico di tutti gli ebrei. Fu sperimentato il si­stema delle camere a gas.
I tedeschi controllavano i territori oc­cupati con una ferrea organizzazione poliziesca. I "protettorati” e i "territori orienta­li", erano delle vere e proprie colonie in cui non esisteva alcuna forma di autorità locale. I Paesi occupati erano invece soggetti al controllo militare. Vi erano poi una serie di Stati indipenden­ti ma satelliti della Grande Germania, in cui erano stati instaurati regimi collaborazionisti e filona­zisti.
Ma fu soprattutto nell'Europa orien­tale che l'occupazione tedesca risultò spietata. L'in­vocato "Nuovo Ordine” all'Est signi­ficava la sottomissione e la schiaviz­zazione degli slavi.
Hitler realizzava così le due idee forti della sua "concezione politica": la soluzione finale del problema ebraico e l'occupazione a Est dello "spazio vitale".

La svolta del conflitto (1942-1943)

Nella seconda metà del 1942 gli Alleati presero l'iniziativa. Tre battaglie segnarono la svolta nell'andamento del conflitto: quella di Midway nel Pacifico, quella di El Alamein in Africa e quella di Stalingrado in Russia.
Nel Pacifico le forze americane sconfissero la flotta giapponese. Questo interruppe l'offensiva nipponica e diede inizio al vittorioso contrattacco statunitense, che si estese anche alla Cina.
In Africa le truppe tedesche furono fermate e respinte. Con lo sbarco delle truppe americane in Marocco e in Algeria gli italo-tedeschi, completamente accerchiati, si arresero il 13 maggio 1943.
In Russia, nel luglio del 1942, era iniziato l'assedio di Stalingrado da parte dei tedeschi. L'esercito russo scatenò una controffen­siva che provocò l'accerchiamento dei tedeschi e li costrinse alla resa. La battaglia di Stalingrado determinò l'inizio del crollo militare tedesco.
Fra il 28 novembre e il 1° dicembre del 1943 si tenne a Teheran una conferenza dei capi di Stato alleati per concordare le strategie del conflitto. Vi parteciparono Stalin, Chur­chill, Roosevelt. Il leader sovietico ottenne l'impegno ad aprire un secondo fronte euro­peo con uno sbarco sulle coste francesi. Si stabilì inoltre la divisione della Germania in vari Sta­ti.


1943-1944: il crollo del fascismo; gli alleati in Italia

In Italia il regime fascista aveva perso gran parte del sostegno popolare in seguito all'entrata in guerra. Nel marzo del 1943 gli operai avevano effettuato per la pri­ma volta alcuni scioperi. La conquista della Tunisia da parte delle forze alleate costituì la premessa per lo sbarco in Italia.
Il 9 e 10 luglio 1943 gli anglo-americani sbarcarono in Sicilia. La rapida avanzata degli Alleati accelerò il crollo del regime. Nella notte fra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del fascismo, attraverso una mozione votò la sfiducia al Duce. Il re Vittorio Emanuele III destituì Mussolini e lo fece arrestare, affidando l'incarico della formazione di un go­verno tecnico-militare al maresciallo Pietro Badoglio.
I primi 45 giorni del governo Badoglio disillusero coloro che avevano sperato in un rinnovamento democratico. Badoglio fu esitante e incerto. Il governo, inoltre, impedì la ricostituzione dei partiti democratici e inoltre confermò l'al­leanza con i tedeschi, mentre intavolava trattative con gli Alleati.
L'armistizio fu annunciato l'8 set­tembre. Le truppe tedesche reagirono subito all'armistizio: attacca­rono i reparti italiani che non consegnavano le armi; liberarono Mussolini dal car­cere del Gran Sasso e lo aiutarono a costituire la Repubblica sociale italiana (RSI), con capitale Salò.
I tedeschi arrestarono e deportarono i militari italiani. Solo coloro che acconsentirono all'arruolamento nell’esercito di Salò vennero liberati.
Ben presto le forze "repubblichine" (gli ade­renti al nuovo governo fascista) iniziarono una stretta collaborazione con le forze ar­mate naziste. Fin dal 9 settembre si erano però organizzate in Italia formazioni par­tigiane, che combattevano i tedeschi e i fascisti.
Le truppe naziste fermarono in Italia l'avanzata degli Alleati nei pressi di Cassino.
Il 13 ottobre Badoglio dichiarava guerra alla Germania, trasformando l'Italia in Paese "cobelligerante" con gli Alleati. Il termine "cobelligerante" derivava dalla situazione italiana che appariva assai confusa.
Dal punto di vista geo-politico l'Italia era spaccata in due zone:
  • la Repubblica di Salò occupava l'area settentrionale della penisola;
  • nel Sud sopravviveva il Regno d'Italia con la pre­senza militare delle forze di liberazione anglo-americane.

La resistenza in Europa

Fenomeni di opposizione armata al nazifascismo, da parte di gruppi organizzati e clandestini, si registrarono in diversi Paesi europei. La Resistenza assunse aspetti differenti da Paese a Paese, ma in generale ebbe caratteristiche di lotta di liberazione nazionale e dunque fu anche guerra civile.
In Europa settentrionale erano comparsi già nel 1940 i primi movimenti di Resi­stenza, nei quali i partigiani compivano azioni di sabotaggio, di guer­riglia, organizzavano scioperi e diffondevano stampa clandestina antinazista.
In Francia, De Gaulle diede vita a un Comitato francese di liberazione nazionale. Si trattava di un organismo che comprendeva tutti i partiti antinazisti. Nel giugno del 1944 il Comitato di liberazione nazionale si trasformò in gover­no provvisorio della Repubblica francese, che si insediò a Parigi, dopo la liberazio­ne della capitale, nell'agosto del 1944.
In Germania si verificarono sporadiche ed elitarie prese di posizione antihitleriane. Non si sviluppò mai un'opposi­zione attiva come in altri Paesi. Questo era dovuto in buona misura alla grande e capillare organizzazione che il regime aveva predisposto, ma anche all'indubbio consenso dei tedeschi all'ideologia hitleriana. Il 20 luglio 1944 venne addirittura organizzato dai vertici dell'esercito un attentato contro Hitler, che fallì miseramente, scatenando una feroce repressione da parte del regime.
In Jugoslavia la resistenza era organizzata dall'opera instancabile del generale Tito, che ottenne la piena fiducia degli Alleati e divenne il punto di riferimento della Resistenza nei Balcani. L'azione dei reparti di Tito si rivolse anche contro chi aveva collaborato con l'invasore nazifascista. Le foibe, cavità naturali della regione istriana e carsica, fu­rono usate come fosse comuni in cui gettare le vittime. Alcune migliaia di italiani furono fra le vittime della guerra partigiana condotta dalle forze di Tito. Anche in Grecia si determinò un forte contrasto fra par­tigiani comunisti e anticomunisti, che avrebbe avuto esiti tragici nel dopoguerra.


1944-1945: la conclusione del conflitto e la sconfitta del nazismo

La linea Gustav, sulla quale si erano attestati i tedeschi in Italia centro-meridionale, venne sfondata nella primavera del 1944. Gli Alleati avanzarono rapidamente verso nord, occupando Roma e Fi­renze. I tedeschi riuscirono a fermare l'avanzata anglo-americana e si attestarono lungo la linea gotica.
Nel rispetto degli accordi di Teheran le for­ze alleate effettuarono uno sbarco in Normandia con grande dispiegamento di mezzi (6 giugno 1944, passato alla storia come il D-Day). I tedeschi si trovarono stretti in una morsa: a ovest gli anglo-americani avanzavano verso Parigi; a sud l'Ita­lia era conquistata passo passo; a est l'Armata Rossa invadeva la Polonia.
Mentre si avvicinavano le truppe alleate, Parigi si liberò con un'insurrezione popo­lare. Il generale De Gaulle entrò nella capitale francese da vincitore al fianco dei comandi alleati (26 agosto) e organizzò il nuovo governo della Francia liberata. In settembre tutta l'area occidentale era libera dall'occupazione nazista.
A oriente, in giugno le truppe sovietiche entrarono in Polonia. Varsavia insorse contro i tedeschi, sperando che l'Armata rossa intervenisse.
Roosevelt e Stalin si in­contrarono a Mosca per decidere l'assetto dell'Europa e stabilire le aree di occupazione dei due eserciti, quello sovietico e quel­lo alleato. A quelle disposizioni si attennero in modo scrupoloso le forte antinazi­ste nei mesi seguenti.
Le forze armate sovietiche occuparono Bulgaria, Romania e Ungheria.
Analogamente gli inglesi poterono penetrare in Grecia senza alcuna opposizione da parte dei sovietici.
Nel Pacifico i giapponesi arretravano di fronte all'offensiva americana.
Tra il 4 e l'11 febbraio del 1945 si tenne la Conferenza di Yalta: Roosevelt, Churchill e Stalin si riu­nirono per decidere l'assetto post-bellico dell'Europa:
  • l'URSS si assunse l'impegno di dichiarare guerra al Giappone;
  • si procedette alla definizione delle zone di occupazione della Germania;
  • si stabilì che nei Paesi liberati si sarebbero tenute libere elezioni per l'autodeter­minazione della forma di governo;
  • si decise che la Polonia sarebbe stata risarcita a occidente a scapito della Germa­nia;
  • si progettò l'istituzione di un'Organizzazione delle Nazioni Unite, con lo sco­po di risolvere pacificamente le controversie internazionali.
Intanto l'offensiva antinazista giunse al termine. Gli anglo-americani avanzarono su Amburgo in direzione di Berlino e il 26 aprile si congiunsero alle truppe sovietiche presso l'Elba. In Italia la linea gotica venne sfondata. Il 25 aprile il Comitato di liberazione nazionale proclamò l'insurrezione popolare. Mussolini tentò la fuga in Svizzera, ma venne riconosciuto e arrestato dai partigiani. Venne fucilato e il suo cadavere fu espo­sto all’oltraggio pubblico in piazzale Loreto a Milano. Hitler si suicidò nel bunker della Cancelleria, a Berlino.
Il Giappone era ormai solo a contrastare disperatamente l'offensiva americana ed era ormai sull'orlo del collasso a causa dello sforzo economico sostenuto per la guerra. Alla fine del 1943 cominciò l’offensiva americana nel Giappone. Nel disperato tentativo di resistere, i giapponesi avevano iniziato fin dall'ottobre del 1944 a colpire le navi americane con le missioni suicide degli aerei kamikaze.
Il Giappone disponeva an­cora di un esercito di circa 3 milioni di uomini pronti a qualunque sacrificio.
Il nuovo presidente degli USA, Harry S. Truman, decise di sganciare due bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Naga­saki, con lo scopo di piegare la resistenza nipponica. Gli ordigni caddero sulle due città, il 6 e il 9 agosto, producendo orrende stragi con effetti devastanti.
Il 14 agosto il Giappone si arrese.
La guerra era davvero finita.

La Conferenza di Potsdam e l’assetto postbellico

I capi dei tre grandi Paesi vincitori (USA, Gran Bretagna, URSS) si incontraro­no a Potsdam, presto Berlino, nell'estate del 1945. Il punto centrale della Conferenza fu la risoluzione del problema dell’assetto della Germania, che aveva firmato la resa senza con­dizioni. Si delineò la suddivisione del territorio in zone d'occupazione, controllate dai vincitori (americani, russi, inglesi e anche francesi). Anche Berlino venne divisa in quattro zone d'occupazione. La logica della suddivisione dell'Europa in sfere di influen­za finì per prevalere sul principio di autodeterminazione dei popoli. In pratica, si as­segnarono alle forze occidentali e a quelle sovietiche le zone liberate dai rispettivi eserciti.
L'Organizzazione delle Na­zioni Unite (ONU) fu istituita durante la Conferenza di San Francisco, con l'adesione iniziale di una cinquantina di Paesi. La complessa organizzazione istituzionale dell'ONU risentì delle tensioni internazionali.
Un passo importante nella riorganizzazione politico-economica del mondo era stato segnato con la Conferenza di Bretton Woods (luglio 1944), che regolò i rapporti economici e finanziari nell'interesse dei Paesi occidentali. Tali accordi prevedevano l'istituzione di un Fondo monetario internazionale e di una Banca mondiale. Il controllo americano sul Fondo e sulla Banca mondiale divenne sempre più stretto.


Principi ispiratori dello Statuto delle Nazioni Unite
·      Preservare le future generazioni dal flagello della guerra
·      Riaffermare i diritti fondamentali dell’uomo
·      Promuovere il progresso sociale e la libertà
·      Praticare la tolleranza e istituire relazioni pacifiche fra i popoli
·      Utilizzo delle forze armate solo nel comune interesse
·      Impiego di strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli

I trattati di pace

I trattati di pace furono stilati a Parigi e firmati a New York il 10 febbraio del 1947. I dissensi fra l'URSS e le potenze occidentali emersero in maniera nettissima durante i lavori. Tra le più importanti questioni ir­risolte vi fu l'assetto postbellico della Germania, che rimase divisa in quattro zone. Allo stesso modo non vennero definite le situazioni di Austria e Giappone.
I membri delle SS furono imprigionati, in attesa che fossero accertate le responsabilità personali nei crimini di guerra. I più importanti gerarchi nazisti vennero processati a Norimberga e la maggior parte di essi furono condannati per crimini contro l'umanità.
L'Italia venne trattata da Paese vinto e subì pesanti clausole. Le isole del Dodecaneso e Rodi vennero assegnate alla Grecia; l'Istria (con Fiume e Zara) e parte della Ve­nezia Giulia alla Jugoslavia; l'Albania divenne indipendente; tutte le colonie furono abbandonate. La questione coloniale era in effetti scottante per tutti i Paesi. Nessuna specifica decisione venne presa sulla sorte delle colonie dei Paesi vincitori. Il processo di decolonizzazione era ormai av­viato, e avrebbe rappresentato uno dei fenomeni politici più importanti del secon­do dopoguerra.

Le due guerre: un confronto e un bilancio

Alcuni storici hanno utilizzato la defi­nizione di "Seconda Guerra dei Trent'anni" per indicare il periodo 1914-1945. In tal modo si è voluto esprimere il senso di una continuità fra le due guerre mondiali e anche mettere in luce il fatto che la Seconda ten­derebbe drammaticamente a risolvere le questioni irrisolte della Prima. Anche nei sistemi di alleanze, vengono riscontrate evidenti analogie: da un lato le democrazie occidentali, dall'al­tro i regimi autoritari.
Questo schema interpretativo, da un lato coglie indubbie continuità, dall'altro finisce per rendere poco evidenti le differenze profonde che esistono fra i due conflitti.
Non si tratta solo di differenze quantitative. La Seconda guerra mondiale e stata da questo punto di vista "più grande" della Grande Guerra, sia per quel che riguarda l'estensione geografica, sia per quanto concerne le tecnologie impiegate e il massiccio contributo, dell'industria, sia per il numero delle vittime (dagli 8 milioni circa della Prima ai 55 milioni circa della Seconda).
In realtà le differenze più accentuate sono di tipo qualitativo.
Se la Grande Guerra é stata definita la prima guerra "totale", solo la Seconda ha vi­sto il coinvolgimento della popolazione civile in modo diretto e sistematico. La Prima fu una guerra prevalentemente combattuta al fronte, in trincea; la Seconda, una guerra illimitata e dilatata fino a coinvolgere ogni momento e aspetto della vi­ta quotidiana. Ciò in gran parte si spiega con il massiccio impiego dell'aviazione e dei bombardamenti sulle città. La popolazione civile diviene elemento del con­flitto. È impossibile non partecipare. Il fenomeno della Resistenza al nazifasci­smo implica il massiccio apporto della popolazione civile. Poi vi sono i rastrellamenti, le de­portazioni nei campi di concentramento, le atrocità delle rappresaglie naziste a danno dei civili.
La scienza applicata alla produzione bellica porta nel 1945 alla co­struzione e all'impiego della bomba atomica.
Se non si coglie la peculiarità e l'atrocità "tutta nuova" del progetto nazista e della sua ideologia to­talitaria, non si coglie neppure il senso della tragedia del conflitto.
Vi è anche la questione della deportazio­ne e dello sterminio di milioni di ebrei, la schiavizzazione della popolazione slava, l'atrocità insensata dei lager e dei ghetti. Tutto questo non ha ri­scontri, né trova analogie, nel precedente conflitto e rende la Seconda guerra mon­diale qualcosa di assolutamente nuovo e diverso nella storia.


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