giovedì 20 maggio 2021
Da "Il sentiero dei nidi di ragno": la vita di Pin
Marcovaldo al supermarket (italo Calvino)
Alle sei di sera la città cadeva in mano dei consumatori. Per tutta la giornata il gran daffare della popolazione produttiva era il produrre: producevano beni di consumo. A una cert'ora, come per lo scatto d'un interruttore, smettevano la produzione e via! Si buttavano tutti a consumare. Ogni giorno una fioritura impetuosa faceva appena in tempo a sbocciare dietro le vetrine illuminate, i rossi salami a penzolare, le torri di piatti di porcellana a innalzarsi fino al soffitto, i rotoli di tessuto a dispiegare drappeggi come code di pavone, ed ecco già irrompeva la folla consumatrice a smantellare a rodere a palpare a far man bassa.
Una fila ininterrotta serpeggiava per tutti i marciapiedi e i portici, s'allungava attraverso le porte a vetri nei magazzini intorno a tutti i banchi, mossa dalle gomitate di ognuno nelle costole di ognuno come da continui colpi di stantuffo.
Consumate! e toccavano le merci e le rimettevano giù e le riprendevano e se le strappavano di mano; consumate! e obbligavano le pallide commesse a sciorinare sul bancone biancheria e biancheria; consumate! e i gomitoli di spago colorato giravano come trottole, i fogli di carta a fiori levavano ali starnazzanti, avvolgendo gli acquisti in pacchettini e i pacchettini in pacchetti e i pacchetti in pacchi, legati ognuno col suo nodo a fiocco.
E via pacchi pacchetti pacchettini borse borsette vorticavano attorno alla cassa in un ingorgo, mani che frugavano nelle borsette cercando i borsellini e dita che frugavano nei borsellini cercando gli spiccioli, e giù in fondo in mezzo a una foresta di gambe sconosciute e falde di soprabiti i bambini non più tenuti per mano si smarrivano e piangevano.
Una di queste sere Marcovaldo stava portando a spasso la famiglia. Essendo senza soldi, il loro spasso era guardare gli altri fare spese; inquantoché il denaro, più ne circola, più chi ne è senza spera: "Prima o poi finirà per passarne anche un po' per le mie tasche". Invece, a Marcovaldo, il suo stipendio, tra che era poco e che di famiglia erano in molti, e che c'erano da pagare rate e debiti, scorreva via appena percepito. Comunque, era pur sempre un bel guardare, specie facendo un giro al supermarket.
Il supermarket funzionava col self-service. C'erano quei carrelli, come dei cestini di ferro con le ruote e ogni cliente spingeva il suo carrello e lo riempiva di ogni bendidio. Anche Marcovaldo nell'entrare prese un carrello lui, uno sua moglie e uno ciascuno i suoi quattro bambini. E così andavano in processione coi carrelli davanti a sé, tra banchi stipati da montagne di cose mangerecce, indicandosi i salami e i formaggi e nominandoli, come riconoscessero nella folla visi di amici, o almeno conoscenti.
- Papà, lo possiamo prendere questo? chiedevano i bambini ogni minuto.- No, non si tocca, è proibito, - diceva Marcovaldo ricordandosi che alla fine di quel giro li attendeva la cassiera per la somma.- E perché quella signora lì li prende? - insistevano, vedendo tutte queste buone donne che, entrate per comprare solo due carote e un sedano, non sapevano resistere di fronte a una piramide di barattoli e tum! tum! tum! con un gesto tra distratto e rassegnato lasciavano cadere lattine di pomodori pelati, pesche sciroppate, alici sott'olio a tambureggiare nel carrello.
Insomma, se il tuo carrello è vuoto e gli altri pieni, si può reggere fino a un certo punto: poi ti prende un'invidia, un crepacuore, e non resisti più. Allora Marcovaldo, dopo aver raccomandato alla moglie e ai figlioli di non toccare niente, girò veloce a una traversa tra i banchi, si sottrasse alla vista della famiglia e, presa da un ripiano una scatola di datteri, la depose nel carrello. Voleva soltanto provare il piacere di portarla in giro per dieci minuti, sfoggiare anche lui i suoi acquisti come gli altri, e poi rimetterla dove l'aveva presa. Questa scatola, e anche una rossa bottiglia di salsa piccante, e un sacchetto di caffè, e un azzurro pacco di spaghetti.
Marcovaldo era sicuro che, facendo con delicatezza, poteva per almeno un quarto d'ora gustare la gioia di chi sa scegliere il prodotto, senza dover pagare neanche un soldo. Ma guai se i bambini lo vedevano! Subito si sarebbero messi a imitarlo e chissà che confusione ne sarebbe nata!Marcovaldo cercava di far perdere le. sue tracce, percorrendo un cammino a zig zag per i reparti, seguendo ora indaffarate servette ora signore impellicciate. E come l'una o l'altra avanzava la mano per prendere una zucca gialla e odorosa o una scatola di triangolari formaggini, lui l'imitava. Gli alto parlanti diffondevano musichette allegre: i consumatori si muovevano o sostavano seguendone il ritmo, e al momento giusto protendevano il braccio e prendevano un oggetto e lo posavano nel loro cestino, tutto a suon di musica.
Il carrello di Marcovaldo adesso era gremito di mercanzia; i suoi passi lo portavano ad addentrarsi in reparti meno frequentati; i prodotti dai nomi sempre meno decifrabili esano chiusi in scatole con figure da cui non risultava chiaro se si trattava di concime per la lattuga o di seme di lattuga o di lattuga vera e propria o di veleno per i bruchi della lattuga o di becchime per attirare gli uccelli che mangiano quei bruchi oppure condimento per l'insalata o per gli uccelli arrosto. Comunque Marcovaldo ne prendeva due o tre scatole.Così andava tra due siepi alte di banchi. Tutt'a un tratto la corsia finiva e c'era un lungo spazio vuoto e deserto con le luci al neon che facevano brillare le piastrelle. Marcovaldo era lì, solo col suo ,carro di roba, e in fondo a quello spazio vuoto c'era l'uscita con la cassa.
Il primo istinto fu di buttarsi a correre a testa bassa spingendo il carrello davanti a sé come un carro armato e scappare via dal supermarket col bottino prima che la cassiera potesse dare l'allarme. Ma in quel momento da un'altra corsia lì vicino s'affacciò un carrello carico ancor più del suo, e chi lo spingeva era sua moglie Domitilla. E da un'altra parte se n'affacciò un altro e Filippetto lo stava spingendo con tutte le sue forze. Era quello un punto in cui le corsie di molti reparti convergevano, e da ogni sbocco veniva fuori un bambino di Marcovaldo, tutti spingendo trespoli carichi come bastimenti mercantili. Ognuno aveva avuto la stessa idea, e adesso ritrovandosi s'accorgevano d'aver messo insieme un campionario di tutte le disponibilità dei supermarket. - Papà, allora siamo ricchi? - chiese Michelino. - Ce ne avremo da mangiare per un anno?. - Indietro! Presto! Lontani dalla cassa! - esclamò Marcovaldo facendo dietrofront e nascondendosi, lui e le sue derrate, dietro ai banchi; e spiccò la corsa piegato in due come sotto il tiro nemico, tornando a perdersi nei reparti. Un rombo risuonava alle sue spalle; si voltò e vide tutta la famiglia che, spingendo i suoi vagoni come un treno, gli galoppava alle calcagna.- Qui ci chiedono un conto da un milione!
Il supermarket era grande e intricato come un labirinto: ci si poteva girare ore ed ore. Con tante provviste a disposizione, Marcovaldo e familiari avrebbero potuto passarci l'intero inverno senza uscire. Ma gli altoparlanti già avevano interrotto la loro musichetta, e dicevano: - Attenzione! Tra un quarto d'ora il supermarket chiude! Siete pregati d'affrettarvi alla cassa!
Era tempo di disfarsi del carico: ora o mai più. Al richiamo dell'altoparlante la folla dei clienti era presa da una furia frenetica, come se si trattasse degli ultimi minuti dell'ultimo supermarket in tutto il mondo, una furia non si capiva se di prendere tutto quel che c'era o di lasciarlo lì, insomma uno spingi spingi attorno ai banchi, e Marcovaldo con Domitilla e i figli ne approfittavano per rimettere la mercanzia sui banchi o per farla scivolare nei carrelli d'altre persone. Le restituzioni avvenivano un po' a casaccio: la carta moschicida sul banco del prosciutto, un cavolo cappuccio tra le torte. Una signora, non s'accorsero che invece del carrello spingeva una carrozzella con un neonato: ci rincalzarono un fiasco di barbera.
Questa di privarsi delle cose senz'averle nemmeno assaporate era una sofferenza che strappava le lacrime. E così, nello stesso momento che lasciavano un tubetto di maionese, capitava loro sottomano un grappolo di banane, e lo prendevano; o un pollo arrosto invece d'uno spazzolone di nylon; con questo sistema i loro carrelli più si svuotavano più tornavano a riempirsi.
La famiglia con le sue provviste saliva e scendeva per le scale rotanti e ad ogni piano da ogni parte si trovava di fronte a passaggi obbligati dove una cassiera di sentinella puntava una macchina calcolatrice crepitante come una mitragliatrice contro tutti quelli che accennavano a uscire. Il girare di Marcovaldo e famiglia somigliava sempre più a quello di bestie in gabbia o di carcerati in una luminosa prigione dai muri a pannelli colorati.
In un punto, i pannelli d'una parete erano smontati, c'era una scala a pioli posata lì, martelli, attrezzi da carpentiere e muratore. Un'impresa stava costruendo un ampliamento dei supermarket. Finito orario i lavoro, gli operai se n'erano andati lasciando tutto com'era. Marcovaldo, provviste innanzi, passò per il buco del muro. Di là c'era buio; lui avanzò. E la famiglia, coi carrelli, gli andò dietro.
Le ruote gommate dei carrelli sobbalzavano su un suolo come disselciato, a tratti sabbioso, poi su un piancito d'assi sconnesse. Marcovaldo procedeva in equilibrio su di un asse; gli altri lo seguivano. A un tratto videro davanti e dietro e sopra e sotto tante luci seminate lontano, e intorno il vuoto.Erano sul castello d'assi d'un' impalcatura, all'altezza delle case di sette piani. La città s'apriva sotto di loro in uno sfavillare luminoso di finestre e insegne e sprazzi elettrici dalle antenne dei tram; più in su era il cielo stellato d'astri e lampadine rosse d'antenne di stazioni radio. L'impalcatura tremava sotto il peso di tutta quella merce lassù in bilico. Michelino disse: - Ho paura!
Dal buio avanzò un'ombra. Era una bocca enorme, senza denti, che s'apriva protendendosi su un lungo collo metallico: una gru. Calava su di loro, si fermava alla loro altezza, la ganascia inferiore contro il bordo dell'impalcatura. Marcovaldo inclinò il carrello, rovesciò la merce nelle fauci di ferro, passò avanti. Domitilla fece lo stesso. I bambini imitarono i genitori. La gru richiuse le fauci con dentro tutto il bottino del supermarket e con un gracchiante carrucolare tirò indietro il collo, allontanandosi. Sotto s'accendevano e ruotavano le scritte luminose multicolori che invitavano a comprare i prodotti in vendita nel grande supermarket.
giovedì 22 aprile 2021
Il finale apocalittico della Coscienza di Zeno
La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà della mancanza di aria e di spazio? Solamente a pensarci soffoco!
Ma non è questo, non è questo soltanto.
Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la sua salute.
Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l'ordigno non ha più alcuna relazione con l'arto. Ed è l'ordigno che crea la malattia con l'abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.
Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quasi innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.
martedì 1 gennaio 2019
Dante e la Divina Commedia in breve: due esempi di canti
Dante Alighieri è uno dei più grandi scrittori italiani e per la sua importanza è considerato il padre della lingua italiana.
Egli nacque a Firenze nel 1265 da una famiglia guelfa, cioè sostenitrice del papa contro l’imperatore. Lesse e studiò moltissimo, dai classici latini ai poeti provenzali e siciliani; inoltre entrò nella politica e diventò addirittura uno dei Priori (cioè uno dei capi del governo) di Firenze.
Purtroppo fu una vittima delle lotte politiche tra Guelfi bianchi e Guelfi neri; quando i Guelfi neri presero il comando di Firenze, lui, che era un Guelfo bianco, venne condannato e mandato in esilio. Cominciarono per Dante gli anni più tristi, perché fu costretto a girovagare e trovare ospitalità presso molte corti italiane. Però furono anni importanti perché scrisse molte opere, come il suo capolavoro, la Divina Commedia. Morì nel 1321 a Ravenna, dove fu sepolto.
Tra le sue opere ricordiamo:
- la Vita Nova, opera in versi e prosa, dove racconta del suo amore per Beatrice che continua anche dopo la sua morte;
- il Convivio, una specie di enciclopedia delle conoscenze più importanti;
- il De Vulgari Eloquentia (si legge: eloquenzia) dedicata alle lingue volgari, cioè le lingue parlate che hanno sostituito il latino;
- il suo capolavoro, la Divina Commedia, un viaggio del poeta nei tre regni dell’aldilà (Inferno, Purgatorio, Paradiso) per raggiungere la salvezza dell’anima.
Il poema racconta il viaggio di Dante nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso.
Dante racconta che si è perduto in una selva (= foresta) oscura (il peccato), e tre belve gli impediscono di uscire; ma arriva il poeta latino Virgilio a salvarlo, dicendogli che dovrà fare un viaggio in tutti e tre i regni dei morti.
L’Inferno ha la forma di un’enorme voragine (= buco nella terra) a forma di cono, diviso in 9 cerchi (o gironi); qui le anime malvagie scontano le loro terribili pene. Queste pene sono date per contrappasso, cioè esse ricordano il peccato compiuto in vita. Più in basso di tutti c’è il diavolo stesso, Lucifero, l’angelo che si era ribellato a Dio. Si trova al centro della Terra e con le sue tre bocche divora orribilmente i grandi traditori della storia: Giuda, Bruto e Cassio.
Il Purgatorio invece è una montagna in mezzo all’oceano. È divisa in 7 cornici e qui le anime devono purificarsi per poter arrivare in Paradiso. Quindi, a differenza delle anime dannate dell’Inferno, le loro pene non dureranno per l’eternità.
In cima al Purgatorio Virgilio deve abbandonare Dante perché non può salire in Paradiso. La sua guida diventa Beatrice, la donna che aveva amato quando era viva e che ora gli permette di avvicinarsi a Dio.
Il Paradiso è formato da 9 cieli. Qui Dante incontra i santi ed i beati, le anime buone che possono vedere Dio. I cieli prendono il nome del sole, della luna e dei pianeti conosciuti al tempo di Dante.
Alla fine Dante giunge nell’Empireo, la parte più alta del Paradiso. Grazie all’aiuto di San Bernardo e della Madonna, a Dante è permesso di guardare Dio, l'amor che move il sole e l'altre stelle.
Dante e Virgilio si trovano in un’orribile boscaglia, fatta di alberi contorti e senza foglie. Dante sente dei lamenti venire dagli alberi, allora Virgilio gli dice di spezzare un rametto; una voce lo rimprovera di averlo spezzato e dal ramo esce sangue.
L’anima nell’albero spiega che è Pier delle Vigne, segretario di Federico II, che persone invidiose avevano accusato falsamente di tradimento. Per disperazione si era suicidato, finendo all’Inferno.
I suicidi, dato che hanno rinunciato al loro corpo, non sono degni di averlo e vengono trasformati in piante. Dopo il Giudizio Universale, i loro corpi resteranno appesi ai rami (nell’Inferno la pena ricorda sempre il peccato fatto: è la legge del contrappasso).
Improvvisamente Dante e Virgilio vedono due dannati che scappano nudi dentro la boscaglia, ferendosi e spezzando i rami. Quello più lento viene raggiunto da due cani neri che lo sbranano e portano via le carni. I dannati sono gli scialacquatori, cioè quelli che, spendendo senza limiti, hanno distrutto tutto quello che avevano e ora essi stessi vengono fatti a pezzi.
Dante è arrivato alla fine del suo viaggio: gli resta solo di poter vedere Dio. Ma Dante è un uomo vivo, non un’anima; allora San Bernardo, in una bellissima preghiera, chiede alla Vergine Maria di dare a Dante la forza sufficiente per poter guardare nella mente di Dio.
Maria dice di sì e San Bernardo, con un sorriso, invita Dante a guardare in alto. Le parole non riescono a spiegare quello che Dante ha visto; quello che Dante ricorda è soprattutto la dolcezza infinita provata guardando Dio.
Dante vede dentro la mente di Dio tutto l’universo ed il mistero della Trinità. La vista di Dio diventa una felicità infinita, perché Dante comprende ogni mistero dell’universo ed ha la risposta ad ogni domanda. Con la visione dell’amore infinito di Dio finisce la Divina Commedia.
venerdì 10 novembre 2017
La notte degli imbrogli e Addio monti
Idee per i costumi di scena dei Promessi Sposi
venerdì 31 maggio 2013
Sintesi: la prosa di Leopardi
La conversione estetica. La conversione estetica di Leopardi è il passaggio dall’erudizione illuministica alla scoperta del valore della poesia: vi giunge grazie allo studio ed alle traduzioni, e decide addirittura di intervenire nella polemica classicisti – romantici, con il Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica.
Però Leopardi non accetta altri due aspetti del Romanticismo: il vero ed il patetico. Nessuno dei due può ispirare la vera poesia: al primo bisogna sostituire le illusioni, mentre il secondo è artificioso, esagerato, privo dell’equilibrio che aveva la poesia classica.
Lo Zibaldone. Per seguire l’evoluzione del pensiero leopardiano diventa prezioso il suo Zibaldone: si tratta della raccolta dei suoi pensieri relativamente alla lingua, alla letteratura, all’autobiografia, alla filosofia, alla morale. Anche se Leopardi compila un indice analitico di questi pensieri, raccolti dal 1817 al 1832, non c’è nessuna sistematicità. Però l’opera è importante perché permette di osservare le tappe delle sue riflessioni.
Nella prima fase, è presente lo scontro tra natura, madre benevola che crea l’uomo felice perché sa immaginare, e la ragione, che rende l’uomo infelice perché lo toglie dal suo stato ingenuo e gli rivela l’“arido vero”. La ragione e la civilizzazione, insomma, allontanano l’uomo dallo stato di natura, che dava la felicità. È quello che viene definito pessimismo storico.
Poi, avviene la cosiddetta conversione filosofica che lo fa avvicinare al sensismo. Ora Leopardi si convince che l’infelicità dell’uomo non ha più ragioni storiche, ma fa parte della natura umana.
Leopardi sviluppa perciò la teoria del piacere. Ogni uomo tende alla felicità, ma non la può raggiungere mai: il desiderio del piacere è infinito e non può essere appagato da un piacere finito. Esso può trovare un conforto solo nell’immaginazione: nel ricordo (del passato) o nell’illusione (del futuro).
Da queste riflessioni nasce il pessimismo cosmico: la natura è una matrigna, che mette al mondo l’uomo, ma solo per farlo soffrire e poi distruggerlo per conservare se stessa. Il destino dell’uomo è dunque l’infelicità e, quando non c’è il dolore, subentra la noia, perché comunque non è appagato.
Nell’ultima fase, Leopardi mostra che la funzione dell’intellettuale è svelare al mondo l’inganno della natura: gli uomini devono unirsi per combatterla insieme. In sostanza è quello che viene spesso chiamato pessimismo eroico.
Le operette morali. Durante la fase di silenzio poetico, Leopardi elabora 20 testi in prosa per spiegare il suo pessimismo cosmico. Essi vengono pubblicati poco tempo dopo col titolo di “Operette morali”, senza successo. In seguito la raccolta verrà ampliata fino a giungere il numero di 24 testi. Sono testi di vario tipo, ma soprattutto dialoghi ispirati a Platone e Luciano. Leopardi fa parlare personaggi mitici (Ercole, Atlante…), figure simboliche (Natura, Morte…), personaggi storici (Tasso, Parini…) per vari scopi:
- mostrare che il dolore è inevitabile
- sottolineare che la gloria è vana ed illusoria
- dichiarare che l’universo è senza significato (materialismo e meccanicismo)
- sostenere che la vitalità è l’unica forza da opporre all’insensatezza dell’universo
Grazie alla profonda cultura classica di Leopardi, lo stile ricorda molto forme e contenuti della prosa antica. Non ci sono tesi da dimostrare, ma piuttosto la volontà di far emergere gli errori della ragione. Per tale motivo, spesso usa una fine ironia.
Tra i più belli, il Dialogo della Natura e di un Islandese ed il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere.
mercoledì 1 maggio 2013
mercoledì 24 aprile 2013
Pinocchio: un copione
SCENA N° 1 Mastro Ciliegia Cantastorie Questa è la storia di un burattino che vuole essere un vero bambino Ma è bugi...
-
DANTE ALIGHIERI Dante Alighieri è uno dei più grandi scrittori italiani e per la sua importanza è considerato il padre della lingua ital...
-
Andando ogni mattino al suo lavoro, Marcovaldo passava sotto il verde d’una piazza alberata, un quadrato di giardino pubblico ritagliato ...
-
HARRY POTTER ED IL MOLLICCIO (da “ Harry Potter ed il Prigioniero di Azkaban ” di Joanne K. Rowling) ...









